L'uomo con lo scandaglio
Part 1 of the I Corvi series
Il mare è un mistero. Ne abbiamo tracciato i confini, scandagliato le profondità, ma rimane l'ultima frontiera, che forse non attraverseremo mai. Narratore con Linneo nell'animo, instancabile indagatore del mondo naturale, Patrik Svensson ha raccolto in questo libro multiforme – romanzo d'avventura, memoir, indagine scientifica – storie di personaggi celebri e individui dimenticati che si sono consacrati al mito del mare, dai naviganti polinesiani che attraversarono in canoa l'Oceano Pacifico a Piccard e Walsh, che per primi osservarono il paesaggio alieno della fossa delle Marianne. La storia del mare è una storia di curiosità umana – come quella di Robert Dick, il fornaio-naturalista che nel 1863 trovò su una spiaggia scozzese un fossile vecchio di 385 milioni di anni e rivoluzionò la teoria evolutiva – e di bellezza, come ci insegna Rachel Carson, che al mare dedicò pagine memorabili e che grazie al mare conobbe l'amore di una vita. Ma è anche una storia di soprusi, come testimonia l'ultimo viaggio di Magellano, quello in cui rimase ucciso, qui narrato dalla prospettiva di Enrique, il suo schiavo malese e forse il primo uomo a circumnavigare davvero il globo. Dalle antiche leggende di calamari giganti all'epopea dei capodogli immortalati in Moby Dick, passando per l'allarme ecologico a cui oggi nessuno può sottrarsi, L'uomo con lo scandaglio è un racconto sulle grandi domande della natura, quelle a cui nei secoli la nostra irrequietezza è riuscita a rispondere e quelle che la nostra filosofia non potrà mai sognare.
Chi è nudo non teme l'acqua
Part 2 of the I Corvi series
È il 2016 e a Kabul, quando cala il sole, si accendono i falò nei cortili e si brinda in segreto. Si tiene alto il volume dello stereo per cancellare quello che sta fuori: la guerra che va sempre peggio, i talebani che avanzano, mentre i boati delle bombe echeggiano nelle strade. La speranza ha lasciato il posto alla paura e per molti la fuga dal Paese è l'unica via. Anche Omar, un giovane che si guadagna da vivere come interprete per le forze statunitensi, decide di affidarsi ai «facilitatori» che promettono di farlo arrivare in Italia. Ma non è solo: negli anni di lavoro insieme, il giornalista canadese Matthieu Aikins ha imparato a conoscerlo in profondità e a volergli bene. I suoi antenati vengono dal Giappone, e il taglio degli occhi, i capelli e la barba folti e neri gli danno l'aspetto di un afghano. Fingendosi un migrante, Matthieu segue Omar sulla famigerata rotta che porta al Mediterraneo attraverso i passi montani dell'Asia centrale. A sbarrare loro la strada trafficanti spietati che conoscono solo l'alfabeto dell'oro e delle pistole, fiumi insuperabili come interi oceani, frontiere protette da visti, leggi di parlamenti lontani, echi di dibattiti in tv. Ed è il sogno di abbattere questo muro invisibile a spingerli nel mare agitato fra Turchia e Grecia, dove il loro viaggio si trasforma in uno spaventoso inseguimento notturno. Con la costruzione serrata di un thriller e l'acume politico del miglior giornalismo d'inchiesta, Chi è nudo non teme l'acqua è una grande epica contemporanea, una storia universale di amicizia e coraggio, un grido di denuncia che è prima di tutto un atto d'amore.
Stranieri a noi stessi
Part 3 of the I Corvi series
Rachel Aviv ha solo sei anni quando viene ricoverata con una diagnosi di anoressia. Passano poche settimane e, da un giorno all'altro, ricomincia a mangiare. A differenza delle compagne di reparto già adolescenti – fra cui Hava, tanto brillante quanto tormentata, e così simile a Rachel da sembrarne la sorella – l'anoressia non diventa una «carriera». E se non fosse andata così «bene»? Se il desiderio di emulazione verso quelle ragazze dannate e affascinanti avesse lasciato una traccia pi profonda dentro di lei? Qui inizia Stranieri a noi stessi, il racconto di cinque vite parallele, cinque persone le cui diagnosi psichiatriche hanno finito per impossessarsi delle loro identità: Bapu, venerata come una santa negli ashram dell'India e bisognosa di cure mentali per la sua famiglia; Naomi, incarcerata dopo un tragico episodio di psicosi e alla ricerca disperata del perdono dei propri figli; Ray, medico caduto in disgrazia che ha dedicato la vita a vendicarsi dei suoi analisti; Laura, promettente studentessa di Harvard che dopo anni di terapie e diciannove psicofarmaci diversi non sa pi chi è senza medicine. E Hava, che a ogni nuovo diario si impegna a trovare la forza per superare l'anoressia, ma si sentirà fino alla fine una «straniera a se stessa». Grazie ad anni di studio, interviste e scambi con i protagonisti di questo libro, la pluripremiata giornalista del New Yorker Rachel Aviv scrive un'indagine accorata sui limiti delle nostre conoscenze intorno alla mente umana e sul bisogno che abbiamo di raccontarci e farci raccontare dagli altri nel tentativo di conoscerci. Perché niente come una storia ha il potere di cambiare – nel bene, nel male – la nostra identità e quindi la nostra vita.
Il grande Nord
Viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo
Part 4 of the I Corvi series
Le Isole Shetland sono roccia e torba, mare, tempesta. È qui che vive Malachy Tallack, ed è da qui che – qualche anno dopo la morte del padre e la nascita nell'animo di una perpetua nostalgia di casa che è anche continuo bisogno di andarsene – parte per un viaggio intorno al mondo lungo il sessantesimo parallelo nord. Ai piedi del Quassik, la montagna dei corvi in Groenlandia, davanti allo spettacolo degli iceberg nella baia di Nanortalik, scopre la bellezza caduca dell'Artico. A Fort Smith, in Canada, dove l'attrazione pi importante sono le Rapide degli Annegati e nelle foreste gli orsi sono fantasmi in agguato, incontra un vecchio libraio danese che, alla ricerca di una comunione profonda con la natura, si è spinto sempre pi a nord fino ad approdare lì, ad almeno trecento chilometri da tutto il resto. È la stessa pulsione che porta frotte di turisti in Alaska, prima sulle sponde del fiume Kenai per fotografare la risalita dei salmoni rossi e poi su una delle tante imbarcazioni che promettono escursioni in un mondo incontaminato, reso però impossibile proprio dai clic delle loro macchine fotografiche. È così il grande Nord, terra di miti solenni e tragici: promette agli estranei miraggi di purezza, ma per chi lo abita – come gli eveni della Kamčatka, che grazie alle renne convivono da sempre in delicato equilibrio con i ghiacci della Siberia – è semplicemente casa. E casa, come il Nord, non è solo un luogo: è uno stato dell'anima, capisce Tallack sulla nave da carico che lo riporta alle Shetland su un mare in tempesta, «un processo di consapevolezza del luogo in cui è coinvolto il cuore».
Sulle strade di mio padre
by José Henrique Bortoluci
Part 5 of the I Corvi series
«Tanto lavoro e pochi soldi, non c'era tempo per disfare nessuna tela: in questa storia non ci sono Ulissi né Penelopi.» Una madre sarta che resta a casa con i figli, un padre camionista che deve lasciarli per settimane. È la famiglia di José Henrique Bortoluci, Telemaco brasiliano che si confronta con il padre Didi, viaggiatore di mestiere, per capirne il mondo e sciogliere l'enigma di un uomo che gli è sempre sfuggito. Tra i due le distanze sembrano incolmabili, quella tra un pensionato dopo settant'anni di duro lavoro e un giovane che insegna all'università – primo della famiglia che ha potuto studiare – ma anche tra il Brasile degli anni Settanta, una terra selvaggia che la giunta militare vuole colonizzare, e quello di oggi, un paese ferito. Del mondo di Didi restano solo le storie: le fughe dai banditi e dalla polizia per salvare carico e compenso nell'«inferno verde» dell'Amazzonia, le traversate dei fiumi su guadi improvvisati, gli sterrati del cerrado dove il camion può essere inghiottito da un formicaio, i viaggi notturni in cui bisogna guardarsi dall'arrivo degli ufo. Insieme a lui, i suoi colleghi della strada, cachaça in mano e pelle scottata, che il lavoro logorante ha reso ingranaggi inconsapevoli nella macchina dello sviluppo brasiliano, pedine di un capitalismo predatorio che abbatte le foreste e spoglia i territori e che diventa metafora del cancro, la malattia diagnosticata di recente a Didi. Sulle strade di mio padre è una testimonianza toccante e delicata di amore filiale, un'indagine rigorosa sulle vene aperte del pi importante paese dell'America Latina attraverso la storia avventurosa di un uomo comune che lascia al figlio un paese sconvolto e una vita migliore.
L'età del fuoco
Una storia vera da un mondo sempre pi caldo
Part 6 of the I Corvi series
È il 3 maggio 2016 e a Fort McMurray, Alberta, Canada, fa molto, troppo caldo: non piove da settimane, la foresta sterminata che circonda la città è secchissima, il suolo inaridito, i venti sempre pi forti. E basta una scintilla perché scoppi un incendio incontrollabile: il Bestione, come viene chiamato, divora migliaia di chilometri quadrati di terreno e genera una nube di fumo che crea un sistema meteorologico a sé, fatto di fulmini e grandine nera. Sembra avere vita propria e una volontà distruttiva: lo raccontano gli abitanti in fuga, tutti miracolosamente illesi, le autorità che monitorano impotenti la situazione, i pompieri. John Vaillant raccoglie le loro testimonianze in una storia tesissima e mozzafiato che spazia dal Canada alla California all'Australia per raccontare il culmine del Petrocene, l'età del petrolio, in cui abbiamo risposto al nostro incessante bisogno di energia addomesticando il fuoco, costi quel che costi. Come è successo a Fort McMurray, la cui esistenza si fonda sull'estrazione del bitume, un processo complesso, energivoro, a malapena redditizio e che per di pi non si può fermare, neanche quando la città è in fiamme. Si creano allora fenomeni per cui sono stati coniati neologismi come «tornado di fuoco» o «pirocumulonembo», con una potenza pari a una bomba atomica, e destinati a ripetersi con frequenza crescente in un mondo surriscaldato. Con il passo dei pi incalzanti film d'azione e il rigore del grande giornalismo d'inchiesta, L'età del fuoco racconta del coraggio di chi il fuoco lo ha combattuto e dell'avidità di chi l'ha favorito, pur ricordandoci che invertire la rotta è ancora possibile se a Fort McMurray sono tornate a fiorire le aiuole.
I mangiatori di Buddha
Part 7 of the I Corvi series
Ngaba, città stretta tra due monasteri, è la prima frontiera dell'altopiano tibetano per chi arriva da nord. Qui gli invasori cinesi si sono scontrati con la resistenza locale sin dagli anni Trenta, quando l'Armata Rossa di Mao entrò in città e, in preda alla fame, dissacrò i templi per mangiare le statuette votive di Buddha, fatte di farina e burro. Oggi Ngaba è inaccessibile agli occidentali, ma Barbara Demick, sfidando la burocrazia di Pechino e a costo di gravi rischi personali, è riuscita a visitarla e ha raccolto i fili di una storia, quella del Tibet moderno, fatta di repressione e ribellione, fughe e compromessi. Tra le mille voci di questo popolo umiliato e offeso c'è Gonpo, la principessa deposta bambina; Delek, nomade brutalizzato dagli invasori che diventa una Guardia Rossa; Tsegyam, il poeta che insegnava il tibetano e i testi proibiti nelle scuole per tramandare la raffinatezza di una cultura che la Cina cerca di cancellare; e poi studenti radicalizzati nei monasteri, ex monaci che si reinventano imprenditori, giovani scissi tra l'identità tibetana e l'abiura in nome del benessere economico cinese. E c'è chi non ha mai smesso di combattere ma, per non rinunciare ai principi buddhisti e al pacifismo del Dalai Lama, lo ha fatto rivolgendo la violenza delle proteste contro un solo bersaglio: il proprio corpo. Così a Ngaba a decine si sono avvolti nel filo spinato, hanno bevuto la benzina e si sono dati fuoco. Polifonico come un romanzo corale e rigoroso come un'inchiesta, I mangiatori di Buddha racconta di oppressione, resistenza e di una colonizzazione ancora in atto, illuminando un angolo di mondo che un regime potentissimo vuole tenere nell'ombra.
I gufi dei ghiacci orientali
Part 8 of the I Corvi series
Antiche foreste dove cacciano tigri e leopardi, fiumi che brulicano di salmoni giganteschi, tronchi cavi abitati da orsi in letargo: è il Litorale, una lingua di terra dell'Estremo Oriente russo stretta tra il Mar del Giappone e la Cina. Jonathan Slaght, scienziato naturalista americano, vi è arrivato per studiare il gufo pescatore di Blakiston, sua ossessione da anni: il pi grande al mondo, tanto bello quanto raro, e soprattutto a rischio per la fragilità di un ecosistema minacciato dall'antropizzazione. Ma le questioni scientifiche e filosofiche lasciano presto spazio a quelle pratiche, perché in un luogo così inospitale è difficile separare l'oggetto dello studio dalle durezze del terreno di ricerca: nel Litorale non esistono strade, ma fiumi ghiacciati da risalire in motoslitta, a volte accelerando per evitare di sprofondare nelle acque gelide. E poi bisogna arrampicarsi su tronchi altissimi per vedere se in cima c'è un nido, appostarsi in una tenda a trenta gradi sottozero e sperare che le orme di tigre trovate sul sentiero non siano fresche come sembrano. Altrettanto affascinante dei gufi si rivela poi la varia umanità che popola il Litorale: eremiti, ex agenti del KGB, cacciatori con un braccio solo, latitanti che nella foresta hanno trovato rifugio, uomini inselvatichiti che bevono vodka, etanolo e persino detergente e si immergono nei corsi d'acqua scaldati dai gas radioattivi. Con il talento per l'osservazione del naturalista, Jonathan Slaght ci trasporta in un viaggio in terre sconosciute e, mentre lo sguardo distaccato dello studioso cede il posto a quello meravigliato e autoironico dello straniero, con passo da romanziere ci trascina nelle sue avventure sui ghiacci dell'Est.
Illuminati dall'acqua
Part 9 of the I Corvi series
Malachy Tallack ha pescato per la prima volta con la mosca a otto anni e da allora non ha pi smesso di cercare trote nei laghetti delle Shetland, sul fiume Don in Russia, nei ruscelli della Nuova Zelanda o tra gli orsi in Alaska. Per lui, come per la comunità internazionale di veri appassionati di cui si sente parte, la pesca non è un'esperienza sportiva ma artistica, una pratica tecnica e meditativa, e in quanto tale capace di stimolare domande sia fisiche che metafisiche: meglio pescare un'elegante trota o un salmone battagliero? La cattura è un'esperienza estetica o una lotta maschia e adrenalinica? Norman Maclean o Ernest Hemingway? Quale visione del mondo e della natura porta un pescatore a scegliere un'esca che imita perfettamente un insetto, piuttosto che un'astratta costruzione di piume e ami? I pesci, come gli umani, abboccano perché sedotti e ingannati o perché affamati? Alternando il racconto di emozionanti battute di pesca a momenti di contemplazione della natura incontaminata e divagazioni filosofico-letterarie, Tallack non si sottrae ai dilemmi etici che la sua passione comporta: da quelli minimi – è giusto rivelare la posizione del lago che ti ha sempre portato fortuna? – alle questioni pi urgenti come lo sfruttamento ittico o la sofferenza degli animali, mettendo a confronto varie filosofie, dal pensiero cristiano a Peter Singer e Tom Regan. E il lettore, anche chi ha sempre visto nella pesca solo inerzia e noia, ammaliato dal fascino delle storie e dalla dolcezza del filosofare, si abbandona a quest'ode a un'attività futile, senza scopo e senza ragione. Come la letteratura.
Tre isole
Storie di mare, esilio e dissidenza
Part 10 of the I Corvi series
Era il 2016 e William Atkins veniva scosso da due immagini gemelle, distanti migliaia di chilometri: i cumuli di salvagenti lasciati dai rifugiati sulle spiagge greche, visti in televisione, e gli ammassi di zaini abbandonati dai migranti sudamericani nel deserto dell'Arizona, visti di persona. Da qui nasce il viaggio di Tre isole: l'esigenza di trovare un altrove in cui stare meglio, che è alla base di tutte le migrazioni della storia, sembra ancora oggi animare il mondo. Ma cosa succede quando la migrazione è forzata, quando un Impero ha la facoltà di rimuovere personaggi scomodi e confinarli oltremare? Atkins racconta la nostalgia di tre esuli, tre ribelli sconfitti dalla storia del XIX secolo: Louise Michel, amica di Hugo, anarchica a capo della Comune di Parigi; Dinuzulu, figlio dell'ultimo re zulu riconosciuto dai coloni britannici; l'ebreo ucraino Lev Šternberg, dissidente antizarista, padre dell'etnografia russa. Atkins li segue nella terra del confino: in Nuova Caledonia, isola divisa tra identità tribale e dipendenza dalla Francia. Poi a Sant'Elena, esilio di Dinuzulu, scoglio disperso nell'Atlantico che oggi sembra un «ospizio a tema impero» in cui andare a caccia di farfalle e riscoprire un passato di schiavit. Infine, come Šternberg, viaggia in nave nell'Estremo Oriente russo fino a Sachalin, arricchita oggi dal petrolio, ma come un tempo brutale e inospitale, soprattutto con gli indigeni nivchi. Un viaggio tra presente e passato per capire lo sradicamento di tre condannati alla nostalgia e la verità che sta al centro dell'esperienza dell'esilio e delle sue contraddizioni – libertà e prigionia, lontananza e vicinanza, imperialismo e ribellione.
Una linea nel mondo
Un anno sul Mare del Nord
Part 11 of the I Corvi series
Da Skagen, l'estremo nord della Danimarca, a Den Helder, nei Paesi Bassi: è la linea di costa che Dorthe Nors chiama casa. Un paesaggio di dune e pinete, perennemente scolpito dai capricci degli inquieti Mare del Nord e Mare dei Wadden, in costante movimento. Come la scrittrice, divisa tra una vita di viaggi e il richiamo dei luoghi dell'infanzia, perché «ogni identità nasce da una scissione». Nel corso di un anno, Nors torna a visitare la sua linea: vagando su strade e sentieri, si ferma ad Amsterdam, dove i canali addomesticano il caos delle maree, e va in cerca dell'abbazia di Børglum, cupo edificio che a volte magicamente scompare; vive per mesi a Fanø, tra le Frisone settentrionali, abitata da una fiera comunità matriarcale, e va in macchina fino a Thy, un tempo depressa comunità di pescatori, oggi paradiso di surfisti e uccelli migratori detto «Cold Hawaii». Tutti luoghi in cui la cocciutaggine degli abitanti, temprati dagli elementi, si è scontrata con l'entusiasmo dei forestieri. Ma quando il turismo e l'innovazione rompono antichi equilibri, diventano pericolosi: villaggi che d'estate sembrano parchi divertimento in inverno si svuotano, mentre le fabbriche vicine alla costa scaricano scorie in mare. C'è però chi si oppone, come per decenni ha fatto Aage Hansen, pescatore del Limfjord che negli anni Settanta incolpò uno stabilimento chimico della moria di pesci della zona, guadagnandosi prima l'ostracismo dei compaesani, poi un cavalierato. E come Dorthe Nors, che tenta di fondersi con il paesaggio e, unendo sapere scientifico a intuizione poetica, l'ironia della cittadina all'affetto di chi tra i fiordi è cresciuto, racconta l'eterna legge del cambiamento.
Memoria rossa
Part 12 of the I Corvi series
Carnefici e vittime, rancori irrisolti e colpe da espiare: è il lascito della Rivoluzione culturale, il movimento che, tra il 1966 e il 1976, sradicò tradizioni millenarie e diede vita alla Cina di oggi. Un decennio in cui nessuno rimaneva a lungo innocente o colpevole e l'unica verità, volubile e incerta, era il pensiero di Mao, che regolava ogni sfaccettatura della vita quotidiana. Tania Branigan ha incontrato e intervistato decine di sopravvissuti, pronti a ricordare ciò che lo stato cinese vorrebbe rimuovere. Un avvocato che da bambino denunciò la madre, colpevole di aver criticato Mao tra le mura di casa. Un compositore di Pechino deportato, torturato e poi riabilitato. Un'anziana di Chongqing che racconta la giovinezza che non ha mai vissuto, perché è stata costretta a trasferirsi nella miseria delle campagne. Il vedovo della professoressa Bian, uccisa dalle sue studentesse nell'Agosto rosso, e Song Binbin, la sua carnefice, che fu acclamata da Mao e oggi cerca di scagionarsi. Un coro dissonante di voci che ricostruiscono il passato e illuminano il presente della Cina di Xi Jinping: un regime prospero che mantiene il controllo assoluto sui suoi sottoposti, ma oggi alla delazione preferisce telecamere e software di riconoscimento facciale. E costringe i cittadini a ignorare le macerie della storia. Ma è possibile cancellare un ricordo traumatico? È sufficiente il benessere economico per dimenticare ferite così profonde? Unendo al rigore del grande reportage l'empatia della romanziera, Branigan racconta le derive pericolose di un paese che ha seppellito il suo passato: un destino da cui nessuno può sentirsi immune, nemmeno un Occidente che non vuole vedere lo sgretolarsi dei suoi valori democratici.
Cacciatori di tenebre
I casi di un detective dell'occulto
Part 13 of the I Corvi series
Questo libro non è tratto da una storia vera. Questo libro racconta solo storie vere. Un uomo aggredito da un invisibile mastino nero che lo sorprende nel salotto di casa e gli lascia profondi tagli. Una coppia che parla con il fantasma del figlio, morto in giovane età. Una presenza malvagia che terrorizza una famiglia. Un maniero elisabettiano abitato da spiriti dispettosi. Un'anonima casa di Enfield con inquietanti apparizioni. Sono i casi che ha affrontato Tony Cornell, novecentesco Sherlock Holmes dell'occulto, che con ferrea razionalità ha assistito a fenomeni poltergeist, dormito in case infestate, partecipato a sedute spiritiche. Un uomo dalla doppia vita: da un lato rispettato borghese, consigliere comunale a Cambridge; dall'altro spia per l'MI6 in Unione Sovietica ed ex militare di stanza nel Golfo del Bengala. E soprattutto, folgorato dai poteri di un eremita indiano, meticoloso indagatore del soprannaturale. Esistono davvero fenomeni che la nostra scienza non riesce ancora a spiegare? E se così fosse, come renderne conto? Sono le domande che hanno spinto Cornell, e come lui diversi premi Nobel, a unirsi alla SPR: la società per la ricerca psichica fondata in epoca vittoriana, quando l'umanità cercava alternative trascendenti al gelo del progresso tecnologico. Ma oggi che la scienza sembra avere vinto sulla spiritualità, c'è ancora spazio per i fantasmi e chi indaga su questi fenomeni? Dopo aver rovistato tra scatoloni di corrispondenza e riscoperto inquietanti registrazioni e strani resoconti di indagine, Ben Machell parla del nostro rapporto con l'ignoto e le sue manifestazioni, attraverso la vita tanto romanzesca quanto reale di un uomo che è riuscito (quasi sempre) a spiegarle.
Il lupo solitario
Un cammino tra civiltà e natura selvaggia
Part 13 of the I Corvi series
È il 2011 e il lupo Slavc lascia le montagne slovene dove è nato. Nel corso di un gelido inverno arriva in Austria, poi in Italia e si stabilisce in Lessinia, nel veronese, dove mette su famiglia con un'altra lupa errante ribattezzata Giulietta. Prima che partisse, in Italia del Nord non si vedevano lupi da secoli. Oggi, da lui discendono interi branchi. Ma l'Europa non è la stessa che ha attraversato: fa sempre pi caldo, c'è stata la Brexit. L'Unione difende i confini con il filo spinato e il populismo dilaga. In un continente cambiato, Adam Weymouth segue a piedi le orme di Slavc, provando a guardare il mondo con gli occhi del lupo, al passo con la natura. Dobbiamo impedire il ritorno del grande carnivoro? Sparargli a vista? O è giusto proteggerlo e accettare che siamo parte di un ecosistema fatto di prede e predatori? Tra un valico e l'altro, frontiera dopo frontiera, il lupo diventa un simbolo: per alcuni, del selvaggio, dell'istinto feroce, ma anche della cura per i piccoli. Per altri, dell'invasore, del clandestino. Lo raccontano studiosi, contadini, attivisti di microcosmi dimenticati d'Europa: dal Carso, crogiolo di lingue e violenza, alla Carinzia, terreno di conquista dell'estrema destra; dal ghiacciaio della Marmolada, ferito e morente, agli altopiani veronesi spopolati. Ultime roccaforti di una cultura in via d'estinzione che da sempre coesiste con un ambiente complesso, ma spesso anche laboratori per una politica che cavalca la rabbia. Con la curiosità del giornalista, lo spirito dell'avventuriero e la penna dello scrittore, Adam Weymouth si chiede cosa ne sarà del nostro continente e dei suoi grandi predatori – lo specchio in cui vorremmo rifletterci, ma anche il capro espiatorio di un futuro imprevedibile.
Un desiderio smisurato di amicizia
Part 15 of the I Corvi series
Hélène Giannecchini è cresciuta con una madre, due padri e una loro amica. E poi è diventata grande con Myriam, fidanzata che le ha insegnato il dolore e la gioia delle battaglie contro l'AIDS in Francia; con le amiche di una vita, compagne di silenzi e intimità; ma anche con Monique Wittig, Audre Lorde, Virginia Woolf, Donna Haraway, numi tutelari e modelli di pensiero. Il suo albero genealogico ha poco a che fare con la biologia. In fondo, è solo con quella che si fa una famiglia? Se a volte i parenti sono solo foto in un album, allora possiamo comporre il nostro come preferiamo. Ed è dalle foto che parte Giannecchini: quelle che trova nei mercati delle pulci parigini e nelle ricerche d'archivio, di coppie queer costrette a nascondersi a cui ridare se non una voce, almeno una storia. Quelle di Casa Susanna, isola felice nel pieno dell'America maccartista, dove padri di famiglia possono vestirsi da donna e posare davanti all'obiettivo. E soprattutto, quelle di Donna Gottschalk, fotografa newyorkese delle ultime e delle emarginate, con cui la scrittrice trova una profonda comunanza. Un mosaico di storie del passato, alternate a quelle del presente: i gesti di cura, i litigi e le gioie della famiglia elettiva dell'autrice e le sue amiche. Perché sono tutti esempi di amicizia quelli che racconta Giannecchini, scavando nella sua biografia e negli archivi della comunità LGBT+: una forza politica e creativa per fondare un nuovo modo di stare insieme, la sola possibile alternativa alla solitudine. E così facendo, con piglio filosofico e la polifonia dei romanzi corali, racconta anche e soprattutto bisogni universali: di vicinanza e condivisione, di essere visti e farsi vedere, di accettarsi e raccontarsi.
L'albero d'oro
Una storia vera di avidità e follia
Part 16 of the I Corvi series
Quando gli europei sbarcarono per la prima volta a Haida Gwaii, arcipelago canadese al largo di Vancouver, nel Pacifico, trovarono un popolo nativo raffinatissimo, gli haida, oltre a ricchezze impensabili, che solo una natura ipertrofica poteva dare: lontre dal pregiatissimo pelo, alberi giganteschi. Non sapevano che pochi chilometri pi in là, sull'isola maggiore, cresceva un peccio perfetto dagli aghi dorati. Gli haida lo chiamavano K'iid K'iyaas: per loro era un membro della trib; per la scienza, una mutazione genetica unica. Trecento anni dopo, le lontre sono quasi estinte, l'industria del legname ha colonizzato l'arcipelago e il peccio d'oro non c'è pi: l'ha abbattuto nel 1997 Grant Hadwin. Lo ha fatto per un'illuminazione divina: dopo una vita da taglialegna, a vedere foreste secolari ridotte a deserti, in lui si è risvegliata una viscerale coscienza ecologica. Ha scritto lettere e un documento tanto utopistico quanto delirante per un nuovo ordine mondiale e infine, visto che nessuno lo ha ascoltato, si è deciso: serviva un'azione simbolica. Dopo è sparito nel nulla. Al confine tra thriller e leggenda, John Vaillant racconta di un popolo ferito e pronto a ferire dopo aver perso tutto; di un'industria che da secoli rade al suolo le foreste; degli uomini che vi lavorano, selvaggi, estremi, machisti; di un fuoriuscito da quel sistema, predicatore nel deserto ed ecoterrorista. E a quasi trent'anni di distanza, qualche piccolo peccio d'oro fa rivivere il mito di K'iid K'iyaas, ma rimangono le stesse domande di Hadwin: fino a che punto potrà continuare lo sfruttamento del pianeta, e come possiamo aprire gli occhi del mondo sulla devastazione che comporta?
Nulla da invidiare
Vite normali in Corea del Nord
Part 17 of the I Corvi series
Come si vive in una distopia? Niente elettricità né internet, una vita pubblica di rituali e marce, un delatore in ogni vicino, un sistema di caste che distribuisce privilegi e miseria. È la Corea del Nord, un paese barricato e inaccessibile. Tra i pochissimi che l'hanno visitato c'è Barbara Demick, di base a Seul per un decennio, che è riuscita a vedere nell'oscurità di una dittatura capace di mostrare al mondo solo le messinscene di benessere della capitale. Fuori la realtà è ben diversa: Chongjin, terza città del paese, è stata devastata dalla carestia dei tardi anni Novanta, quelli cruciali del passaggio di consegna tra Kim Il-sung e Kim Jong-il. È a quella città, e a quegli anni, che guarda Demick, intervistando i sopravvissuti: come Mi-ran e Jun-sang, che di notte si tenevano per mano tra le vie buie sognando un amore impossibile e di giorno tramavano una fuga che non potevano confessarsi per paura della delazione. La signora Song, lealissima al regime ma costretta a seppellire marito e figlio e a inventarsi un'impresa commerciale di fortuna per non nutrirsi solo di radici. Kim Ji-eun, pediatra che ha assistito impotente agli orrori della fame e alla carenza di medicinali. E molti altri, oggi al sicuro nel Sud della penisola coreana, che provano a adattarsi alla democrazia. Ma com'è possibile, dopo anni all'ombra di un potere assoluto, venerando un leader divinizzato? Come si sopravvive quando si scopre che il migliore dei mondi possibili è solo propaganda, e la realtà è fame e ideologia? Nulla da invidiare è un reportage di orrore e rinascita, una storia corale su un regime che tutti si aspettavano cadesse e si assimilasse presto al mondo occidentale, quando forse è successo il contrario.